La caccia alla luce di Monet

Fino a 21 tele insieme, cambiate ogni pochi minuti. Il metodo frenetico del padre dell'Impressionismo per catturare l'istante prima che svanisse.

Claude Monet, Cattedrale di Rouen, Portale e Torre d'Albane, 1894.


Una delle domande che mi vengono poste più spesso dai miei allievi durante le lezioni di pittura en plein air "Monet per un giorno" è: "Perché andiamo sempre negli stessi posti?".
La risposta risiede nell'essenza stessa della rivoluzione di Claude Monet: il soggetto non è che un pretesto; la vera protagonista è la luce, e la luce non è mai la stessa due volte.

Il ritmo del cambiamento
Immaginiamo per un istante Monet a Rouen, nella sua stanza affittata di fronte alla cattedrale e circondato da una rastrelliera in cui allinea contemporaneamente fino a quattordici tele e che dipinge passando dall'una all'altra ogni manciata di minuti, scrivendo persino l'ora esatta sul retro!
Non dobbiamo pensare a un pittore che medita a lungo tra una pennellata e l'altra, ma che dipinge con un processo metodico e frenetico.
Non appena il sole si spostava e le ombre sulla facciata mutavano anche di poco, la verità cromatica di quel momento svaniva. In quel preciso istante, si faceva passare rapidamente un’altra tela e con una rapidità coordinata, avveniva lo scambio. Il dipinto iniziato poco prima veniva accantonato per far subentrare quello corrispondente alla nuova condizione luminosa.

Claude Monet, La barca-studio, 1876.

 

Il culmine fu a Giverny sulla Senna: nella barca-studio arrivò a lavorare a rotazione a ventuno tele contemporaneamente. Le tele erano inserite in scanalature all’interno della barca. Ogni mattina, procedeva in ordine cronologico rigoroso: iniziava con la prima tela all’alba e passava alla successiva ogni volta che la luce mutava, tornando alla stessa tela il giorno dopo allo stesso orario esatto.
Ovunque andasse, dalle scogliere di Étretat ai covoni di Giverny, il suo assistente (o i suoi figli!) doveva corrergli dietro con pile di tele per stare al passo con un raggio di sole che durava un attimo.
Era un inseguimento continuo delle trasformazioni paesaggistiche, un tentativo di fissare definitivamente ciò che stava scomparendo.

La materia: colore secco e tratti vibranti
Osservando da vicino le serie di Rouen o delle Ninfee, balza agli occhi una caratteristica tecnica fondamentale: la pittura è secca, opaca, simile al pastello. Per ottenerla, Monet, talvolta stendeva i colori su carta assorbente per rimuovere l'olio in eccesso e poi li lavorava con pochissima trementina per farli asciugare rapidamente.
I tratti non sono fusi tra loro; Monet stende i colori accostandoli e lasciandoli distinti, permettendo alla tela di "respirare".
Questo approccio richiede un processo mentale specifico: dimenticare le cose che si vedono e pensare soltanto in termini di percezione pura. Come diceva il maestro stesso: "Quando uscite per dipingere, provate a dimenticare gli oggetti che vi circondano. Un albero, una casa, un campo, qualsiasi cosa sia. Pensate soltanto: ecco un piccolo quadrato azzurro, rosa, un ovale verde, una striscia gialla e dipingeteli esattamente come vi appaiono". Dipingere in questo modo significa rinunciare al disegno accademico per abbracciare la vibrazione dell'aria.

L'eredità dell'aria
Nelle sue ultime variazioni infinite di luce e colore, specialmente a Giverny, Monet arriva a rincorrere i colori che ritrovava direttamente nell'aria. Il soggetto diventa quasi un'astrazione: non c'è più confine tra l'acqua, il riflesso e il fiore. Resta solo l'energia di un istante catturato il più rapidamente possibile prima che la luce cambi la scena per sempre.
Nelle sue ultime serie, specialmente nelle Ninfee, questo metodo raggiunge vette estreme. La terra scompare, i contorni svaniscono; resta solo il colore che egli ritrovava nell'aria. È una pittura di pura percezione, dove la "scomposizione" della realtà diventa protagonista assoluta.
Dipingere con questa rapidità significava accettare l’impermanenza. Nulla è definitivo, nulla è stabile. Ogni tela è un frammento di tempo.

Guardare con occhi nuovi
Il mio obiettivo durante le mie lezioni in studio e durante le lezioni "Monet per un giorno" è proprio questo: far sviluppare quella sensibilità critica che permette di guardare davvero, non solo di riprodurre.
Tornare negli stessi luoghi, come faceva Monet, non è una mancanza di fantasia, ma il modo più alto per comprendere che la bellezza non sta nella varietà dei soggetti, ma nella nostra capacità di cogliere la "danza" della luce sulla materia. Quando dipingiamo, non cerchiamo la forma, ma quel frammento di luce che sta sparendo, con coraggio e rapidità, per renderlo eterno.

Claude Monet, mattino sulla senna (1897). Il maestro francese arrivò a lavorare a rotazione a ventuno tele insieme.

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